Canti di Sicilia

Canti di Sicilia

 

FRATELLI MANCUSO

ITALIA

Hanno lasciato la loro terra, la Sicilia, da quasi trent'anni, ancora "carusi"e si sono portati dentro rabbie, speranze e dolcezze distillate in canto. Hanno visitato i popoli del mondo perfezionando accordi e fonè in consonanza con le suggestioni attinte ad altre aree musicali, ora celtiche ora mediterranee, ma la Sicilia resta incastonata nella loro poetica come una mandorla preziosa. In un percorso lungo, faticato e straordinario di concerti, novene, spettacoli, festival, incisioni, si sono affrancati lentamente dalla tradizione popolare dilatando il canto monodico e il lamento antico - sintesi necessaria di una partecipazione civile all'umana sofferenza che i Fratelli Mancuso hanno sempre espresso con la voce e con il cuore, verso più profonde e originali esperienze liriche (Ali di carta), e la memoria è rimasta teneramente impigliata ai miti e alle credenze, pagane o religiose, della loro isola. Hanno arricchito l'orchestrazione delle composizioni, accogliendo accanto ad ogni tipo di strumento a corda e ghironde percussioni e fiati che hanno impreziosito il tappeto ritmico su cui s'innalza e modula la loro inconfondibile vocalità; ma la vibrante sonorità siciliana è rimasta inalterata.

 Oggi par d'intendere nella loro evoluzione musicale come i segnali di una nuova stagione creativa. Raggiunta la piena maturità artistica, Enzo e Lorenzo Mancuso sembrano voler scavare ancora più a fondo nella propria vena poetica per differenziare i sentimenti che pure condividono e ricercare una soggettività finora sommessa, pudicamente nascosta nel canto fraterno. L'intimità degli amori non si partecipa, la gioia, il disagio, le assenze dell'anima sono riti solitari come le ore (Suli su' l'uri) che ognuno contempla o maledice nel segreto della propria sofferenza. Il canto allora ritorna monodico, personalissimo, allegro o disperato, struggimentu, maraviglia o fragili armonia. Un canto lacerato, talvolta smarrito "tra arma e carni", anima e carne, che ancora s'interroga sul senso della poesia e della vita, un canto laico che cerca di volare con ali ferite senza più credere al 'paradisu / fattu d'oru e di peni'.

 In questa importante fase di passaggio le remote lontananze dell'isola, fonte d'ispirazione ormai affievolita, riaffiorano non più e non solo come memoria, ma come possibili sirene del ritorno. Timidi l'isuli su', timide sono le isole: il tema del nostos s'insinua struggente nelle ultime composizioni dei fratelli siciliani, intriso come in un sogno di mandorle di Avola e pistacchi di Bronte, melograni di Polizzi Generosa e fave di Sutera, loro paese natale. 'Doppu di tantu caminari', la grande madre-matrigna incantata non parla, ma sembra voler accogliere i figli disertori 'di silenziu 'n silenziu / 'n cantu e 'n chiantu', almeno per un abbraccio lieve, a riodorare la terra e riapprendere nuove parole e canzoni. Le radici mai dimenticate, l'eterno ritorno.

 Giovanni Maria Rossi